Bistrot Il Sole

La febbre e altri rimedi

Cena del 22/03/2011

La primavera scatena in me sentimenti contrastanti. Allegria e voglia di rinascita, certo, ma anche una leggera, serpeggiante depressione. Perchè? Bè, non è che qui posso prendere la macchina e andare a godermi una passeggiatina in riva al mare, come farei nella mia terra natìa. Al massimo posso passeggare all’idroscalo in compagnia di qualche zanzara che si allena in vista delle annuali olimpiadi di vampirismo. E vabbè! Le serate buongustaie esistono anche per scoprire quanti motivi ci sono per essere (nonostante tutto) felici! La felicità però deve avermi dato alla testa, visto che la serata terminerà con un brivido e un calore inaspettati. Non perchè abbiamo dedicato il post-cena agli spogliarelli per sole donne, ma solo per colpa della mia temperatura corporea, che dopo l’arrivo a casa segnava un rispettabilissimo 38,8. Pensate che tutto ciò mi abbia fermata? Io ho sempre fame, sappiatelo. Non c’è speranza, nè febbre che tenga. E il posticino della cena di marzo, valeva lo sforzo!

Questo “bistrot”, come graziosamente si autodefinisce, è veramente da provare: dopo una cenetta in compagnia del mio lui, il mio unico pensiero era stato “devo assolutamente tornarci con le buongustaie!” Dopo tutto, la felicità andrebbe sempre condivisa. Anche la febbre, a quanto pare, ottimo rimedio allo stress da ufficio secondo Elisa (nel mio caso più che un rimedio, trattasi di evidente somatizzazione), un pò meno per Chiara, che appena avverte il mio malessere manifesta il desiderio di indossare la tenuta da lavoro dei tecnici delle centrali nucleari. Niente di personale nei miei confronti, ma il rischio di mettere a repentaglio il consueto viaggio Milano-Roma per il raggiungimento del suo bello è troppo alto!

Antipasti

Vi consiglio di fare due passi o prendere la bicicletta per raggiungere Via Curtatone, non tanto per il tepore in aumento, ma perchè la macchina non avrete modo di metterla da nessuna parte (almeno finchè non inventeranno i parcheggi a due piazze). Arriviamo pertanto appiedate al nostro ristorantino, solare anche nell’accoglienza: mentre aspettiamo fuori Elisa, LUI, il nostro oste, futuro protagonista indiscusso della serata, fa capolino per invitarci ad attendere dentro: “Se volete entrare, vi offro da bere”. Ecco la parola d’ordine! Elisa ci trova intente a sorseggiare uno spumantino sedute ad uno dei semplici tavoli di legno del locale, non grandissimo ma spazioso, diviso in tre salette discrete e dall’atmosfera tranquilla ma non prive di una certa personalità.

Il Vino

La lista delle portate si limita a pochi piatti che campeggiano sulla grande lavagna all’ingresso nonchè su un simpatico libricino, tanto che “Ci porti tutto il menù!” (e non per modo di dire) è il nostro primo pensiero. L’oste ci rivolge uno sguardo impenetrabile ma complice, la sua cortesia e il suo modo di fare ci hanno già conquistato. Tanto che Elisa stasera abbandona lo scettro di sommelier per donarlo all’esperto patron, che con un sorriso furbetto si allontana e torna con uno Shiraz del Lazio di Casale del Giglio del 2009, che ha su di noi lo stesso effetto dei suoi modi affabili. L’entusiasmo è già alle stelle!

Ordiniamo per intero i tre antipasti proposti, con un occhio alle sfiziosità a base di  formaggi: anche durante la mia prima visita avevo adorato l’hachis di patate e spinaci novelli con piccola fonduta di Fontina, delizioso! Si scioglie in bocca, è saporito e armonioso. Dividerlo in quattro è un sacrificio indicibile, ma ci consola il fatto che ci spetta un quarto di ciascuna entrée. E qui sorge un problema, o forse un’opportunità: questa divisione in quattro quarti di ogni portata da un lato pone sfide inaspettate, come con il sautée di straccetti di anatra confit su insalatina di finocchi, arance e croutons, laddove la suddivisione in quattro porzioni è ostacolata dalla natura errante degli straccetti; dall’altro porta Elisa a cercare il riscatto dopo le carenze dimostrate l’ultima volta riguardo alla cucina molecolare, e a inaugurare la “cucina matematica”. A Beautiful Mind, mi verrebbe da dire. Ma mi piace!

L'hachis di patate e spinaci con fonduta di fontina

Il sautée di straccetti di anatra con insalata di finocchi e arance

Il sautée è originale e curato come tutti gli antipasti, ma un pò insipido, mentre l’hachis è perfetto. Lo amo. Ma le tentazioni sono troppe, sono costretta a tradirlo: arriva lo chèvre gratinato al forno su crostoni con miele di castagno e noci, ed è subito insana passione: questi crostoni sono la fine del mondo, i sapori si fondono meravigliosamente, gli ingredienti sono squisiti, l’insieme è golosissimo. Elisa prima fa di no con la testa, tanto non riesce a credere alle sue papille gustative, poi arriva a notare che anche l’insalata di accompagnamento è freschissima. Quando si dice che i dettagli sono tutto.

Lo chèvre al forno su crostoni con miele e noci

Le code di gamberi su passatina di lenticchie al timo e limone

Intanto la cucina matematica comincia ad avere conseguenze drammatiche, come quando Laura, intenta ad assaporare la sua parte rigorosamente entro i confini designati, esclama con sgomento “Oh Dio! Ho preso la scarpetta di qualcun altro!” Ebbene sì, il suo pezzetto di pane ha sconfinato. Ma la colpa è dell’olio usato per condire le code di gamberi sfumate al brandy su letto di passatina di lenticchie al timo e limone: è veramente ottimo, e rivela grande cura nella scelta di tutti gli ingredienti. Anche questo antipasto è ben riuscito, assai gustoso e profumato. Un ottimo inizio!

Primi e Secondi

I tortelli di trevisana e ricotta con crema di grana

La spadellata di farro e orzo con trevisana e tometta

Intanto l’accortezza del padrone di casa si rivela anche in un udito degno dell’uomo bionico: Elisa non fa in tempo a raccogliere una posata caduta rumorosamente a terra che eccolo al suo fianco con quella di ricambio, “ma come faceva a sapere che si trattava di una forchetta??”, praticamente un supereroe.

Il menù sarà anche ristretto, ma l’unione tra la cura dei piatti e la mancanza di pretenziosità, lo rende assolutamente vincente. Lo confermano le portate principali, cominciando dai tortelli di trevisana e ricotta con crema di Grana di Lodi: il ripieno sprigiona subito tutti i sapori, la pasta è ottima, e il condimento è leggero ma deciso. Buona anche la spadellata di farro e orzo con trevisana e tometta delle Langhe: “Mi piace l’uso che fanno dei formaggi” ha il tempo di osservare Laura prima di far sparire letteralmente il formaggio in questione (solo la sua parte, naturalmente). Gradevole l’accostamento della tometta con i cereali, anche se il piatto in sè è un pò sottotono rispetto alle altre portate.

Tajine di pollo con olive e limone su letto di cous cous

Arriva il tajine di pollo con olive e limone servito su letto di cous cous: “Sembra un arbre magique!” Elisa rende perfettamente l’idea dell’ebrezza suscitata dagli aromi che questo piatto sprigiona. Speziato e cucinato alla perfezione (Laura lo affianca senza paura alla versione da lei assaggiata in Marocco), il suo sapore incontra immediatamente le aspettative create dall’irresistibile profumo. Ottima nel gusto e nella qualità anche la tagliata di controfiletto Scozzese Angus Beef cotto sulla pietra ollare, saporitissima e accompagnata da delle squisite patate “vestite” da un sottile strato di buccia.

La tagliata di controfiletto scozzese cotto su pietra ollare

Dolci

Soddisfatissime, al limite della sazietà, decidiamo di ordinare solo due dolci in quattro, da accompagnare con due bicchierini di vino da dessert, per la precisione un Moscato di Samos del 2004 Grand Cru, deliziosamente aromatico e profumatissimo, e uno Sherry Pedro Ximenez “Triana” Bodegas Hidalgo, con tanto di origini e cenni storici raccontati dall’amico oste eno-esperto, sempre più disinvolto e professionale nel rispondere puntualmente (e a tono) a tutte le nostre domande a trabocchetto. Ormai è dei nostri!

La torta di mele al profumo di cavaldos e limone

Il crumble con salsa ai frutti di bosco

I dessert, tutti di produzione propria, sono semplici ma non banali: la torta di mele al profumo di cavaldos e limone, soffice e speziata, rivela una mano artigianale; infine affondiamo i cucchiaini nel crumble con salsa ai frutti di bosco sormontato da una soffice cupola di panna montata: ben fatto ed essenzialmente libidinoso.

Concludiamo con abbondanti chiacchiere e un conto di 150 Euro che per la qualità e la sazietà dell’esperienza di stasera si rivela una gradevole ciliegina sulla torta. Tutto questo, unito alla comicità discreta, in parte involontaria ma irresistibile del nostro oste, e all’accoglienza impeccabili, rendono Il Sole un posticino all’altezza del suo nome: una cucina eclettica, fresca, curata e a tratti orientaleggiante, ma senza perdere di vista la tradizione.  A presto! V.

Bistrot Il Sole
Via Curtatone 5, Milano
Tel. 02 55188500

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Ristorante Dongiò

Tutto il sud in un abbraccio

Cena del 13/12/2010

Fa freddo. Fa paurosamente, scandalosamente e schifosamente freddo. Sì, schifosamente. Cosa vi aspettavate da una sarda trapiantata a Milano? Ma c’è di peggio! E’ Natale! E’ Natale per forza e per tutti, che lo vogliate o no! Ok in realtà sono una falsa cinica (un pò come la falsa magra di Totò), però alzi la mano chi non si sente un filino stressato al comparire dei primi addobbi già all’inizio di novembre. Ecco appunto. Ma come sempre, Pollyanna docet, c’è un lato positivo: si mangia a volontà! E con tanto di giustificazione festiva!

Ed è così che per la cena dicembrina le nostre buongustaie scelgono un ristorante già provato da Chiara, con menù per lo più calabrese ma con gustose incursioni in altre regioni del sud, forse con la speranza che il tutto riporti un pò di calore alle nostre serate ormai simil-polari. Il Ristorante Dongiò di Via Corio è un locale piccolo e affollato (i tavoli risultano abbastanza vicini tra loro, magari per un tête-à-tête romantico non è proprio l’ideale), e l’ubicazione non lo rende comodossimo per il parcheggio (Porta Romana, praticamente come dire pieno centro ormai). Però l’ambiente è rilassato e informale, tanto informale che ai nostri coperti mancavano nell’ordine 3 bicchieri da acqua, 1 coltello e 1 forchetta, ma si sa, all’occorrenza si mangia anche con le mani.  L’abbraccio del titolo di questo post altri non è che il protagonista del siparietto che ha dato inizio alla nostra serata, e che si è rivelato il primo di una serie piuttosto azzeccata di momenti di alta comicità (qui usato come sinonimo di disperazione, d’altra parte non ci smentiamo mai).

Tutto ha inizio con la scelta del vino, un Lacrima Nera del Feudo dei Sanseverino, scelto da Elisa più per curiosità che per conoscenza pregressa (infatti è ricorsa immediatamente ai suoi potenti mezzi tecnologici per appurarne meglio le caratteristiche), alla fine comunque una buona scelta considerata l’elevata gradazione alcolica che ci ha permesso di superare indenni un menù piuttosto saporito e naturalmente piccante. Fin qui tutto bene, quand’ecco che ci rendiamo conto che le bottiglie non vengono aperte al tavolo (come da galateo eno-mangereccio) ma in altra sede, seppur sempre al momento di servirle (questo avremo modo di scoprirlo a breve), ma tant’è, è 1 punto in meno comunque, sappiatelo! Fatto sta che l’apertura della nostra bottiglia viene affidata ad una gentile cameriera che dalla mia postazione riesco a intravedere intenta nella suddetta operazione. L’apertura non crea particolari difficoltà, ma è dopo che si sviluppa il dramma, in almeno tre atti: atto primo, la ragazza avvicina il tappo e annusa una, due, tre, quattro, CINQUE volte! Ho già paura, ma aspetto che gli effluvi arrivino anche alle mie narici prima di giudicare. Atto secondo, qui si svolge la scena madre, l’ABBRACCIO: non convinta, la fanciulla cinge il collo della bottiglia e lo porta al naso per cogliere quello che forse il tappo non le ha saputo trasmettere del tutto, ma attenzione, non è un abbraccio stile Cary Grant e Ingrid Bergman in Notorius (anche perchè lì c’era da preoccuparsi davvero, dato che il contenuto non era propriamente vino), bensì più alla Homer Simpson che cerca di strangolare il simpatico figlioletto Bart.

Ma la lotta impari con la bottiglia non sembra soddisfarla del tutto, ed è così che arriviamo al terzo ed ultimo atto: la donzella, bottiglia alla mano, fa capolino in cucina e allunga il vino al naso di un altro personaggio che non riesco a identificare (forse il cuoco, forse il responsabile di sala), nella speranza probabilmente di avere quelle conferme che le sue capacità olfattive non sembrano minimamente intenzionate a darle. E qui il dramma si conclude per fortuna, perchè la cameriera arriva finalmente al nostro tavolo, e passa la palla a Elisa: “Plego chi assaggiale vino?”…ecco, prendiamolo come il colpo di scena finale che spiega i misteri presentatisi fino ad ora. “E’ sapido” constata Elisa (ma questo lo sapevamo già dalla ricerca effettuata coi mezzi tecnologici di cui sopra), qualcosa mi dice che non è di questo che dobbiamo preoccuparci. Tuttavia la degustazione approva la bottiglia, e la pièce in tre atti si rivela essere farsa e non tragedia, per fortuna!

Il Vino

Antipasti

Il menù si apre con una dettagliata storia del peperoncino e alcune note esplicative sulla ‘nduja, chi è costei, perchè è certamente un CHI e non un COSA. Per chi non lo sapesse, trattasi di salume tipico calabrese che si presenta in versione spalmabile, e chiama a gran voce il pane e la sua croccantezza per la gioia del palato. Le nostre scelte pertanto non possono prescindere da questa e da altre delizie non propriamente leggerine che il menù propone, ma la signora che prende le ordinazioni non sembra averci inquadrate per niente: “Ma…sapete che sono tutte cose molto piccanti?” chiede non senza esitazione ma col coraggio di chi cerca di salvare uno sciagurato da morte certa. Al che, quasi istintivamente, ci guardiamo alle spalle per verificare se per caso non si stia rivolgendo a qualcun altro, ma no, ce l’ha proprio con noi. Dopo averla tranquillizzata con un atteggiamento del tipo “quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare”, ci apprestiamo agli assaggi.

Da notare che stasera diamo inizio a un rito probabilmente frutto della percentuale alcolica del vino ma in fondo molto calzante per il ruolo che abbiamo deciso di assumere dando inizio a questo blog, ossia il rito di “gira la ruota”. Assaggi, passi il piatto alla buongustaia alla tua destra, e prendi quello della disperata alla tua sinistra. Così tutte assaggiano tutto! Geniale vero? (Ok, non c’è bisogno di rispondere grazie, erano già abbastanza esaurienti gli sguardi dei commensali ai tavoli vicini, ma non sono blogger disperati, loro) I protagonisti della nostra prima ruota sono due piatti di bruschette tipiche, una con la ‘nduja e l’altra con caviale povero di Calabria (ossia una gustosa sardella piccante anch’essa spalmabile), piccanti e saporiti, in particolare apprezziamo il caviale calabrese, ruspante e povero al punto giusto da permettere di identificarci immediatamente con lui.

Bruschetta alla 'Nduja

Bruschetta al caviale povero di Calabria

Il freddo è dentro noi evidentemente, perchè le altre due scelte sono l’antipasto Primavera, un piattino di gorgonzola dolce con confettura di cipolline tropeane, anch’esse dolci, nell’insieme uno sposalizio che riesce, anche se la dolcezza del gorgonzola lo rende forse poco saporito, e l’antipasto d’Estate, ossia un assaggio di pecorino crotonese accompagnato da confettura di peperoni. Quest’ultimo come accordo è ancora più riuscito, il pecorino di per sè è buono ma con la salsina raggiunge un idillio inconfessabile, anzi confessabilissimo ma soprattutto godibilissimo. Ci facciamo portare anche un assaggio di burrata di Andria, per cominciare a sconfinare in altre terre, la quale si rivela buona, fresca, ma troppo fredda per i miei gusti, dato che la burrata, come la mozzarella di bufala, andrebbe sempre servita a temperatura ambiente (laddove per “ambiente” non si intende quello esterno in un serata di dicembre a Milano ovviamente).

Antipastino Primavera

Antipastino d'Estate

Burrata di Andria

Primi

Ebbene sì, stasera andiamo di primi. D’altra parte il menù snocciola una serie di prelibatezze realizzate con pasta fresca rigorosamente fatta a mano, e le porzioni si riveleranno abbondanti perciò ci buttiamo senza esitazione sull’amico carboidrato. Anche se i maccheroni alla Disperata sembrano fatti apposta per noi, preferiamo indagare altri condimenti, per cui io scelgo le tagliatelle alla Re Ferdinando II, con pancetta, rucola e ricotta fresca a pioggia (una pioggia che assomiglia vagamente a una cucchiaiata di citrosodina come mi fa notare subito Chiara, ma per fortuna è solo un infelice effetto ottico); il condimento è gustoso e leggero ma non si lega del tutto alla pasta, che risulta piuttosto insipida. Elisa, ignorando che i formati sudisti potrebbero riservare gradite sorprese, va di fusilli alla crema d’inverno, a base di carciofi e zucchine, non convintissima del formato ma ben contenta quando le si presenta un piattone di simil-cavatelli (ma più grandi e più affusolati), con un condimento che però fa pensare più a un sugo verde a base di cipolla, anche se molto delicato.

Tagliatelle alla Re Ferdinando II

Fusilli alla Crema d'Inverno con orologio

La nostra fotografa sceglie i maccheroni alla crotonese, un sugo a base di salsiccia piccantino e originale, alla fine sarà uno dei più graditi, e anche il formato risulta perfetto per esaltare il condimento, un pò dolciastro ma particolare. La dottoressa Laura, invece, opta per gli spaghetti alla Tamarro (con evidente quanto inconsapevole contrasto coi suoi modi assolutamente in antitesi alla tamarraggine propriamente detta), laddove il tamarro è frutto dell’incontro tra ‘nduja, ricotta “forte” e pomodoro, e dà il meglio di sè nello sforzo di rendere il più possibile chiara l’idea che si è fatta della portata: “Questa sì che è una pasta sfacciata e prepotente!”, lo è, ed è anche decisamente saporita! La pasta in tutti i casi è veramente fresca, su questo non ci sono dubbi.

Maccheroni al sugo di Crotone

Spaghettoni alla Tamarro

Dolci

Arrivate a questo punto, le nostre consuete chiacchiere si sono già spinte, trascinate dalla gioia dell’assaggio e dal tasso alcolico del vino, in lidi dove l’immaginazione ci vede nuove e indiscusse protagoniste della scena enogastronomica italiana, invitate di diritto ai programmi televisivi dedicati alla cucina e investite del ruolo di giudici supremi delle combinazioni culinarie altrui. A tal punto che Elisa fa due conti, trasformando le nostre serate in un mero investimento economico al grido di “Spendere adesso per risparmiare dopo!”.

Ecco, se ci fossimo fermate lì forse tutto ciò non rientrerebbe in uno dei siparietti comici citati in apertura, ma il problema è che Elisa si lascia trasportare dalle sue elucubrazioni, e noi con lei naturalmente. Al momento di ordinare il dolce, dopo aver elencato le nostre quattro scelte, rivolge un sorriso ingenuo ma irresistibile (o almeno questo è quello che pensiamo noi) alla cameriera, e con fare da comunicatrice navigata chiede “Inoltre, dato che siamo delle blogger e scriveremo una recensione su questo ristorante, è possibile avere in omaggio un quinto dolce da assaggiare?”. Io amo questa donna. E’ questo il mio pensiero, anzi è proprio quello che dico a Laura e Chiara che nel frattempo dicono addio a una qualsiasi eventuale carriera diplomatica scoppiando vistosamente a ridere dietro il tovagliolo. Siamo proprio disperate, ma almeno siamo simpatiche (e soprattutto ce lo diciamo da sole).

Gelato al pistacchio piccante in crosta di cioccolato

Tiramisù di ricotta fresca

Fatto sta che di dolci ne arrivano effettivamente cinque, vale a dire un gelato al pistacchio piccante con cioccolato, che suscita la “simpatia” (cito testualmente) di Laura ma che non incontra i miei favori, dato che il piccante non è pervenuto, e la cremosità neanche, seguito da un delizioso tiramisù di ricotta fresca veramente ottimo (e con una crema molto “valida” a detta della dottoressa, ve l’ho detto che ha dato il meglio di sè), da una “Marronella della Sila” ossia una superba panna cotta fatta in casa con crema di castagne di Calabria, e da un piattino che mette in seria difficoltà Chiara, dei tartufetti al cioccolato e peperoncino accompagnati da una crema che però non ne vuole sapere di avvilupparsi a loro, per cui la nostra fotografa è costretta a tutta una serie di contorsionismi col cucchiaio per garantire l’incontro dei due elementi del dessert almeno in bocca. Buoni, ma la crema in effetti poteva anche starsene in cucina, visto che fa tanto la preziosa.

E poi naturalmente arriva il quinto elemento, quello che per un attimo ci fa credere di essere davvero diventate qualcuno! Si tratta del gelato di castagne della Sila al mostocotto, molto particolare e assai gradito. E poi vogliamo parlare di quello che rappresenta per noi? Sarà, ma su questo particolare io avevo qualche dubbio.

Marronella della Sila

Tartufetti al cioccolato e peperoncino

Gelato di castagne al ricciodolce

Richiamiamo la gentile signora per assaggiare un paio di vini dolci magari tipici, al che lei annuncia che ci invierà subito il responsabile per consigliarci come si deve. E’ fatta! Siamo famose! Mangeremo gratis per sempre! Arriva il dolce omino che ci rivolge un sorriso professionale e ci presenta due bottiglie, un delizioso liquore alle foglie di ciliegio e un superbo marsala invecchiato, a detta dell’omino assolutamente da assaggiare, anche se non propriamente calabrese. In effetti è veramente buono, ottima conclusione di questa cena rocambolesca.

Liquore al ciliegio

Marsala superiore Donna Franca

Notare che alla nostra richiesta di fotografare la bottiglia del marsala, l’omino acconsente sorridente e con un mezzo inchino, il che ci fa praticamente pensare che forse dovremmo cominciare da stasera a mangiare gratis di diritto. Povere noi. Arriva il momento della verità, in tutti i sensi, ossia quello del conto: è un onestissimo totale di 119 Euro, una spesa di 30 Euro a testa che rende questo ristorante un locale dal buon rapporto qualità-prezzo, perfetto per serate informali tra amici e assaggi sfiziosi in una cucina ricca e variegata com’è quella meridionale.

Ma la verità di cui parlavo non è proprio questa. I miei occhi scorrono famelici (per una volta in senso realmente figurato) all’elenco delle pietanze segnate e  TRAC, i nostri sogni si sgretolano miseramente come una sbrisolona appena addentata. Il quinto dolce naturalmente è bello e segnato e non certo in omaggio, così come gli abbondanti assaggi di liquore e marsala, altro che blogger in avanscoperta! “Non dovevamo rivelarci subito!” cerca di giustificare Elisa, che nel frattempo non ha mancato di lasciare la sua firma sul cacao del tiramisù, mentre Chiara fa un sospiro e pensa alla Sicilia. Sì alla Sicilia, sempre sud è no? Lasciatela pensare, ci sono 7 gradi sotto zero fuori, e noi usciamo abbastanza soddisfatte, pronte alla prossima cena, magari ancora in incognito però, tanto per essere sicure. Alla prossima, Buone Feste e Grandi Mangiate a tutti! V.

Ristorante Dongiò
Via Bernardino Corio 3, Milano
Tel. 02 5511372

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