Trattoria Albero Fiorito

Se l’Unesco batte la crisi  in osteria 

Cena del 19/10/2011
L’autunno incombe, e incombe talmente tanto che è praticamente già inverno. Ma con la nebbia fitta che neanche il fumo scenografico a X Factor. E un susseguirsi di eventi tra crisi, governi tecnici, mari e monti, altro che autunno caldo, qui siamo tutti a rischio ustione. Attenzione però, questo NON è un blog di attualità socio-politica (come forse avrete intuito), si chiama Buongustaie Disperate, mica Buongustaie Impegnate. Che poi è la stessa cosa, di questi tempi. Ma bando al pessimismo! C’è sempre il cibo, ci sono le amiche, e ci sono pochi soldi, difatti eccoci a condurre un esperimento scientifico che ci farebbe entrare di diritto alla redazione di Voyager: prendete il portafoglio, apritelo, e controllate quanto contante c’è dentro (non vale andare a prelevare nel frattempo); scommettiamo che qualunque cifra contenga, con quella noi vi facciamo gustare un menù completo A MILANO, vino incluso? Se vi va bene, anche in compagnia. E se siete da soli, con la stessa cifra vi guadagnate anche il commensale al tavolo. Curiosi? E fate bene! (a meno che non siate gatti naturalmente).

Il posto visto da fuori non è esattamente accogliente: un’insegna sgangherata, un ingresso semi-nascosto accanto a un anonimo Grand Hotel (che fa tanto neorealismo), e un pittoresco gruppetto a fare da filtro all’entrata. Ci sono tutti: l’abituè già ubriaco, il punkabbestia con citata bestia al seguito, l’amico goloso di “dolcetti” di Amsterdam, e noi, tre buongustaie su quattro (in attesa di Chiara) che quando si tratta di mangiare non si fanno certo intimorire da un pò di umanità da bettola di quart’ordine. Ma questa non è una bettola, è un luogo sacro! Talmente sacro che ha regole ben precise da rispettare: regola numero uno, si arriva presto, PRESTISSIMO, non più tardi delle 19:30, pena il rischio di non mangiare. E infatti noi ci siamo date appuntamento alle 19:00, secondo voi possiamo correre un rischio del genere? Inutile cercare di prenotare, qui non si può.

Regola numero due, non si occupa il tavolo a titolo preventivo. Io, Elisa e Laura, colme di fiducia e dell’opportuno ottimismo di questi tempi, entriamo a chiedere posto per quattro, e per tutta risposta il padrone di casa, classico oste dall’aria burbera (e che non nasconde nessun cuore d’oro) ci rimbalza con un perentorio “siete in tre, dov’è il quarto?” Ehm, ma sta arrivando! Povere illuse. “Prima arriva, e poi entrate a chiedere il tavolo, così lei impara ad arrivare in ritardo, e VOI imparate a farvi rispettare.” Oh mamma! Le buongustaie sono cadute in disgrazia! Cominciamo a bombardare Chiara di sms e telefonate minatorie, mentre Elisa si chiede se questo posto sia igienicamente affidabile (bè, ma gli anticorpi a qualcosa dovranno servire).

All’arrivo di Chiara, rientriamo con un certo timore ma con rinnovato orgoglio, e con la dignità rimasta ci affacciamo al bancone per sentirci chiedere subito: “Mangia e vai o tiratardi?”; noi al colmo della disperazione optiamo per un sicuro Mangia e Vai. Ci accomodiamo quindi nella saletta più piccola del locale, che ha veramente l’aria di una locanda di altri tempi, nel senso che non viene rinnovato dal 1957 probabilmente.

Regola numero tre, qui si fa tutto da soli: ci si serve da bere, si prende la lista all’ingresso, e forse si assaggia anche quello che stanno mangiando gli altri, dato che non appena Laura butta l’occhio sul piatto di fagioli di un avventore quello prontamente la invita: “Ne vuoi un pò?” Facciamo che questa regola la si può anche trascurare.
Intanto vicino a noi si accomoda un signore dall’aria scafata e dalla parlantina facile, che si trova a Milano per lavoro e che da quando ha scoperto questo posto ha deciso che non lo molla più. E come biasimarlo! Tra l’altro la sua navigata esperienza torna utile quando fanno capolino due ragazze dall’aria spaurita che esitano nel prendere posto accanto a lui: “Ci hanno detto di sederci a questo tavolo, ma è occupato!” Macchè, ci sono tre posti liberi, qui si deve ottimizzare. E poi c’è crisi. Quindi se siete meno di quattro preparatevi a cenare con degli emeriti sconosciuti. E’ il bello della vera osteria!

Il Vino

Noi, ormai totalmente indisciplinate, veniamo ammonite per la seconda volta. Il burbero si avvicina con la lista in mano, e con l’aria tra l’affranto e il rassegnato ci chiede più retorico che mai: “E’ la prima volta che venite qui?” Mentre sbirciamo il menù che ci ha lasciato si allontana mormorando “Non vi abituate male però eh!”, mi sa che abbiamo fatto una pessima figura da donne per niente emancipate. Mestamente Elisa e Chiara vanno a prelevare al bancone acqua e vino, un sorprendente Refosco del Veneto che ci mette subito allegria. Le ordinazioni ce le scriviamo da sole sul biglietto appositamente fornito, e dove bisogna segnare tutto e subito, dolce compreso, non sono ammessi rinforzini dell’ultim’ora.

Il formaggio fritto

Le sarde in saor

Il fegato alla veneziana

Ringalluzzite dall’aver messo nero su bianco quello che stiamo per degustare, Elisa si lascia andare a uno sfrontato “Eh, ‘mangia e vai’, ma quando arriva il cibo??” Arriva arriva, servito da una deliziosa vecchina artefice di tutto il menù, che sembra uscita anche lei dalla macchina del tempo. Cosa si mangia dunque? Questo è un post anti-crisi, quindi risparmiamo anche sulla classica suddivisione delle portate. Persino le foto sono clandestine, abbiamo paura che il burbero ci sequestri la macchina fotografica come il professore che becca l’alunno a smanettare col cellulare. Ma che gioia quando comincia ad arrivare il cibo! E’ un tripudio di piatti casalinghi, cucinati con una mano che solo la migliore delle nonne può avere: il formaggio fritto che fila che è una meraviglia, le sarde in saor deliziose, e ancora in Veneto con il fegato alla veneziana, che più gustoso non si può, e io di norma il fegato non lo mangio. Ma stasera mi mangio il fegato molto volentieri!

Lo spezzatino di vitello

La lingua salmistrata in salsa verde

Facciamo fuori allegramente anche lo spezzatino di vitello, accompagnato da un piattino casalingo di patate all’olio come solo la nonna sa fare, e la lingua salmistrata in salsa verde con il contorno di radicchio rosso, e anche la lingua non è che sia tra i nostri piatti preferiti, ma questa è buonissima! Tanto più che Laura ha particolarmente fame: “Sarà perchè sono a digiuno dal pranzo.” Nel senso che ha saltato il pranzo? “Certo che no! Ma è da dopo il pranzo che non mangio niente!” Pienamente condivisibile.

La mousse al cioccolato

La torta al cioccolato e pinoli

E’ con i dolci che la nonna dà il meglio di sè, e che noi ci malediciamo per averne ordinati soltanto due in quattro: una mousse al cioccolato nella quale ti tufferesti e una torta al cioccolato e pinoli da applausi. Chiara nonostante questo riesce ad affermare nostalgicamente: “Se avessi avuto anche la torta di mele mi sarei sciolta in un brodo di giuggiole!”, per sentire Laura commentare: “Se avessi avuto QUESTA torta intera me la sarei mangiata tranquillamente”. Il che tra l’altro non fa che dare voce ai nostri pensieri.

Sono le ore 20:05, e abbiamo spazzolato tutto. Pronti via, mangia e vai! L’entusiasmo è evidente, tanto che appena ci alziamo il nostro vicino di tavolo si unisce alla nostra felicità decantando le lodi di questo luogo che secondo lui dovrebbe essere considerato un patrimonio natural-culturale. “Magari dall’UNESCO!” aggiungo io. Non l’avessi mai fatto, gli si illuminano gli occhi, e temo che si stia già chiedendo dove può trovare l’indirizzo email dell’Unesco.

Ma attenzione, c’è un esperimento scientifico da portare a termine! Quanto c’era nel vostro portafoglio? Bè, noi abbiamo tirato fuori IN TUTTO €32,70 (ah, qui si accettano solo contanti). EBBENE SI’!!! L’ultima regola vuole che andiate diretti dal burbero al bancone, ad elencare tutto quello che avete mangiato (compreso il numero esatto di panini che vi hanno portato nel cestino), al che lui sulla fiducia emetterà una ricevuta che voi provvederete a incorniciare a casa come prova per i miscredenti. Noi per riprenderci dallo shock (e vista l’ora), ci siamo concesse un Cosmopolitan (certo, dopo l’osteria da 8 euro a testa…siamo proprio trash!), in uno di quei locali dove alle nove fanno ancora l’aperitivo. E dove infatti ci servono automaticamente un piatto non richiesto di farfalle precotte e stracotte che farebbero stramazzare al suolo la povera nonna. D’altra parte gli argomenti della conversazione richiedevano un certo sostegno…ma questa è un’altra storia! Alla prossima! V.

Trattoria Albero Fiorito
Via Privata Andrea Pellizzone 14, Milano
Tel. 02 70123425

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Ristorante La Genzianella

Sul cucuzzolo della montagna

Cena del 19/02/2011

Ed eccoci al primo post non milanese, ma senza allontanarci troppo dal capoluogo lombardo. Le buongustaie si sa, non si fermano di fronte a niente quando si tratta di mangiare, e qui le condizioni estreme ci sono tutte: la montagna, la neve, la temperatura sotto zero, e persino una vipera imbottigliata. L’occasione è data da un weekend in quel di Madesimo, tutta la nostra allegra compagnia alloggiata in un’unica tipicissima baita, vicini vicini! Certo passare due notti in uno stanzone coi letti a castello fa tanto gita delle medie e ci fa anche senitre più giovani, anche se qualcosa mi dice che i ragazzini delle medie non siano in grado di comunicare nel sonno a forza di russamenti da competizione (almeno spero).

Le buongustaie in trasferta in questo caso erano solo due, Elisa e Valeria, accomunate dalla passione per il buon cibo ma non dalla destrezza sugli sci, dato che Elisa potrebbe tranquillamente mangiare e sciare contemporaneamente, mentre io al solo pensiero sento che mi passa la fame. E ho detto tutto. Non che non ci abbia mai provato, e a più riprese! Ma vedo la morte in faccia ad ogni leggero scivolamento di una delle mie gambe. Ecco, diciamo che mi fa meno impressione scolarmi la bottiglia della foto qui sopra. Mangiamoci su!

La Genzianella è un allegro e assai informale ristorantino a Campodolcino, pochi chilometri dal centro di Madesimo, che io sappia una delle poche attrazioni gastronomiche della zona, ma di certo validissima. Si presta alquanto al nostro approccio disperato, dato che si mangia parecchio e si spende davvero poco, in più non bisogna neanche fare lo sforzo di ordinare perchè il menù è fisso ogni sera, a seconda di quello che è stato preparato quel giorno. Vai con lo slalom!

Primi

Il simpatico gestore saluta la nostra mega tavolata con un sorriso e l’elenco dei piatti del giorno, dove non mancano mai gli insuperabili pizzoccheri della Valchiavenna, da non confondere con quelli della Valtellina: quelli che servono qui non a caso vengono definiti anche gnocchetti bianchi chiavennaschi, e assomigliano come consistenza agli gnocchi per l’appunto, sebbene non siano a base di patate ma di farina, latte e pane raffermo. Le patate però le ritroviamo nel condimento, insieme a dosi massicce di bitto, casera, e burro come se piovesse! Strepitosi e golosissimi, e non sono mai abbastanza, per fortuna qui i piatti vengono riempiti dalle cortesi cameriere che girano tra i tavoli armate di mestolo e pirofila, per cui si può tranquillamente farsi colmare il piatto a piacimento, ed eventualmente chiedere un rabbocchino, insomma un vero inno alla disperazione buongustaia. Il vino è della casa, ma imbottigliato e personalizzato, e assai gradevole.

I pizzoccheri della Valchiavenna

I raviolini alle erbe

Subito dopo arriva un altro piatto fortissimo: degli squisiti raviolini alle erbe, semplici ma deliziosi, “ad ogni raviolino un’esplosione di sapori!” (Elisa ha già cominciato a dare il meglio di sè, e infatti segue un’espressione assorta e la frase “le erbe…sanno DAVVERO di erbe!”), fatti a mano e serviti con un condimento molto leggero che ne esalta il ripieno.

Secondi

Il locale è piccolo e affollato, mentre il personale fa avanti indietro dalla cucina con i vassoi ricolmi e un sorriso e una cordialità tali che io ed Elisa ormai li vediamo come angeli che sorvolano la tavola elargendo prelibatezze casalinghe, praticamente un sogno ad occhi aperti (effettivamente le nostra bottiglia di vino è già vuota). Arrivano le costine di maiale, cotte al forno, unte, saporite, da mangiare con le mani, assolutamente perfette! Accompagnate da una polenta taragna filante e gustosissima (e qui è iniziata una lunga serie di rabbocchini).

Le costine di maiale

La carrellata di secondi prosegue con i medaglioni di vitello in umido con funghi, un piatto semplice  dal sapore genuino, ma altrimenti non particolarmente degno di nota, e il cervo in salmì, molto saporito e ben cucinato, con un sughetto pronto per una magnifica scarpetta e per un’ulteriore dose di polenta, e vai col terzo rabbocco!

Il vitello con in funghi

Il cervo in salmì

Dolci

Siamo in tanti, il livello alcolico, unito a quello della soddisfazione mangereccia, è ormai alle stelle, non resta che sfogarci col dessert! Io ed Elisa, sempre in prima linea nella lotta al trend-setting fine a sè stesso, scegliamo il nostro vecchio e classico amico tiramisù che purtroppo in questo caso non raggiunge la sufficienza: niente da dire sulle materie prime, ma manca di leggerezza nella preparazione, come rimarca la mia collega buongustaia “è un dolce che deve essere volatile, venire su con te, invece questo ti tira un pò giù”,  sempre perfetta a dipingere un quadro con le parole.

Il tiramisù

Nota positiva invece per il gelato alle castagne con panna scelto dalla mia dolce metà, molto originale e cremoso, con tanto di pezzettini di castagne in bella mostra, e per il semifreddo al braulio, che è “inconfondibilmente al braulio”, come osserva Elisa, la quale subito dopo si lancia in una delle sue operazioni da blogger d’assalto decidendo fermamente di chiedere al gestore la ricetta dell’inconfondibile dolce in questione. Secondo voi come va a finire? Niente apertura con “siccome noi siamo delle blogger…” in questo caso, ma il risultato è ancora un buco nell’acqua. Tranquilla amica, riusciremo a farci prendere sul serio prima o poi. (Forse)

Il gelato alle castagne

Il semifreddo al braulio

Giunti a valle, arriva il momento dei digestivi, ed è lei la protagonista: LA VIPERA. Paura eh? E fate bene, sebbene mi rincuori il fatto di scoprire che la vipera in bottiglia non è la stessa dell’ultima volta che sono stata qui, mentre la grappa in questione è sempre assoluta protagonista dei digestivi della Genzianella. Io mi sono limitata a un piccolissimo assaggio, non era male, ma sicuramente qui fa molto di più l’effetto scenografico e il fatto che rimblazi la notizia che tale grappa sia fortemente afrodisiaca. Anche se fosse, dormiamo in 15 in uno stanzone, non credo che l’effetto afrodisiaco possa tornare molto utile. Tra l’altro ho scoperto che la ricetta originale di questa grappa consiglia di utilizzare per la preparazione una vipera “preferibilmente morta”. Quando si dice non dare mai niene per scontato.

Ed eccoci al conto, momento di vero godimento, per rubare un claim mangereccio di qualche tempo fa: ci siamo elegantemente sfondati, e il conto supera di poco i 20 Euro a testa. Eureka! O meglio, come esclama Elisa con un’espressione a metà tra il turbamento e un piacevole sdegno “Sto per morire e abbiamo speso solo €22 a testa!”, un quadro impressionista in questo caso, non c’è che dire. Se avete problemi a digerire (ma vi garantisco che non li avrete, se il cibo è genuino la digestione va da sola), potete fare una capatina al simpatico pub La Vitella nelle Nuvole, a pochi metri dal ristorante, per una sana grolla dell’amicizia in versione chiavennasca, senza dimenticare di fare un salto in bagno. Ma questa è un’altra storia…alla prossima trasferta! V.

Ristorante La Genzianella
Via Fraciscio 72, Campodolcino (SO)
Tel. 0343 50154

Osteria della Lanterna

Sciura Paola, grazie di esistere!

Cena del 31/01/2011
La prima cena del 2011 delle buongustaie parte un pò in sordina, a causa della mancanza della nostra piccola Chiara, sopraffatta dalla solita epidemia di influenza che travolge Milano all’alba di ogni nuovo anno. Fino all’ultimo la nostra fotografa amica delle ferrovie (per motivi puramente sentimental-romantici a distanza, non perchè protagonista di una liaison con un capotreno) cerca di resistere per non mancare al nostro evento mensile, ma febbre e mal di gola hanno la meglio. Maledette! Questo pertanto sarà un post spiritualmente incompleto, sappiatelo!

Inauguriamo la categoria dei posti alla buona con questa deliziosa osteria d’altri tempi nel pieno centro di Milano, lontana da qualsiasi parcheggio non sottoponibile a multa, rimozione, o altre sciagure da ausiliari del traffico (munirsi di gratta e sosta potrebbe comunque tornare utile). Non per Elisa, che dimentica a casa la patente ma in compenso molla la macchina in una postazione di tutto rispetto a pochi metri dal ristorante. Oh, non si può mica avere tutto!

Questo sì è un posto alla buona, e in senso più che buono (il gioco di parole è voluto, sono linguisticamente sadica lo so), dai grissini ancora nel sacchetto di plastica (“Bè ma tutto sommato è anche più igienico!”, rimarca la dottoressa Laura lasciandosi andare a un pò di deformazione professionale), al vino della casa in caraffa, oh come mi mancava il vino della casa in caraffa! Ogni tanto ci vuole anche quello, oggi lasciamo Elisa e le sue conoscenze enologiche a riposo. La sciura Paola, padrona di casa, è un personaggio meraviglioso, una donnina tuttofare che dirige la cucina, prende le ordinazioni (senza scriverle, attenzione), serve ai tavoli e fa i conti. Il tutto senza mai perdere un colpo! E intorloquendo in un immancabile dialetto milanese naturalmente, insomma diventa subito la quinta buongustaia disperata ad honorem.

Il menù è tutto nella sua testa, o quasi: l’antipasto vi accoglie all’ingresso della piccola osteria, un bel prosciuttone di fianco al bancone di legno sulla destra, mentre sulla sinistra una saletta con pochi tavoli e pochi fronzoli mette subito a proprio agio. Il resto dei piatti lo snocciola la sciura elencando 3 primi, 3 secondi e 2 dolci. E in fretta anche, perchè in cucina aspettano! Intanto i pochi tavoli vengono occupati in men che non si dica, quindi occhio a prenotare con largo anticipo.

Il vino della casa

Primi

I primi della sciura sono tutti fatti in casa, a mano! No un attimo “li fa la macchina”, precisa la Paola, con una sincerità disarmante ma denotando un certo spirito imprenditoriale, genuinità sì ma damioci una mossa se no altro che servire l’osteria piena tutte le sere! Scegliamo un piatto di gnocchi al gorgonzola e pistacchi e uno di pasta “alla disperata” (autoreferenziali come sempre). Due piatti in tre, ebbene sì, non siamo malate anche noi come Chiara, è solo che le porzioni qui sono da disperati veri! Due bei piattoni ripieni, trionfo del casalingo opulento! Gli gnocchi sono spettacolari, si sciolgono in bocca e il condimento è gustoso ma non troppo invadente; la pasta è un formato a metà tra rigatoni e mezze maniche, azzeccatissimo e dal sapore inconfondibile di pasta fatta in casa, con un sugo piccantino al prosciutto crudo veramente ottimo. Spazzoliamo tutto in men che non si dica, ripulendo il piatto degli gnocchi da ogni residuo di crema al gorgonzola, che neanche Horatio di CSI avrebbe potuto trovarne più alcuna traccia. Inutile dire che noi risultiamo molto più disperate di lui.

Gli gnocchi con gorgonzola e pistacchi

La pasta alla "disperata"

Secondi

L’assaggino di primi ci lascia abbastanza intontite, per cui decidiamo di dividerci un bel brasato con la polenta, che rivela anche lui una certa mano da sciura: tenerissimo, saporitissimo, si scioglie in bocca. La polenta rende Elisa un pò dubbiosa riguardo alla presenza o meno del latte, ma in realtà non facciamo in tempo a rifletterci troppo perchè l’abbiamo già fatta sparire. Decisamente ottimo, cucinato in maniera tradizionale e assai gustoso. Sciura Paola, torna a casa con noi, ti prego!

Il brasato con la polenta

Dolci

Concludiamo la cena restando sul classico, con i due dolci che offre la casa stasera, il tiramisù e il crème caramel. Cosa scegliamo? Ma che domande, tutt’e due signora Paola! (non che sembri minimamente sorpresa da ciò, riconosce delle sue simili quando le vede). Ecco, qui il tradizionale non sconfina affatto nel banale: il classicissimo tiramisù, attualmente un pò bistrattato in ambito gastronomico-pasticcero con l’accusa di essere ormai inflazionato, sull’onda di trend mangerecci che a quanto pare esigono emozioni decisamente nuove, è invece impagabile. Anzi, pagabilissimo, a peso d’oro direi. Lunga vita al tiramisù, e viva l’inflazione (tanto quella avanza in tutti i campi, tanto vale farsela amica). La crema è deliziosamente densa e fresca, molto leggera, un piacere irrinunciabile, perchè mai si dovrebbe andare alla ricerca di chissà quali alternative più “fashion”? Il crème caramel è un pò meno degno di nota per me (forse perchè ottenebrata nei sensi dal tiramisù non-fashion victim), Elisa invece è completamente conquistata: “Ma è da competizione! Tiepido, impalpabile, delicatissimo, gustosissimo”! Di certo assolutamente genuino e gradevole, abbastanza da testimoniare la sua presa di distanza da qualsiasi preparazione di tipo industriale.

Il tiramusù della sciura

Il crème caramel

Per finire come si deve e poter prolungare amabilmente le nostre immancabili chiacchiere di vita vissuta e convissuta, ci facciamo portare tre bei bicchierini di braulio, che assaporiamo lasciando che il locale via via si svuoti completamente. Ecco, forse l’impressione di stare davvero a casa proprio in questo senso è un pò pericolosa!

Quando i bicchierini sono vuoti e i tavoli intorno anche, ci rendiamo conto che a casa nostra non siamo, ci tocca alzarci! La sciura, dopo aver imprecato un pò contro il blocco del traffico in centro che l’ha costretta a scarpinare non poco quel giorno (tutto in milanese, ma non aspettatevi che io sia in grado di riportarlo testualmente), condivide con noi la gioia di aver finito presto e accontentato tutti in fretta stasera, perchè comincia ad avere una certa età lei eh! No sciura Paola, ti prego, dimmi che sei immortale, abbiamo bisogno di te! In tutto questo nel frattempo ci prepara il conto, facendoci tirar fuori 16 (avete letto bene, SEDICI) Euro a testa. Siamo sicuri di essere a Milano? Ebbene sì, niente teletrasporto, siamo a Milano, in Porta Romana, e se decidete di attraversare il menù concedendovi tutte le portate, probabilmente farete fatica ad arrivare a 25 Euro pro-capite. Meraviglia delle meraviglie! Posto perfetto per serate estemporanee tra amici o uscitine infrasettimanali poco impegnative quando non si ha voglia di cucinare a casa. Unico neo, l’estemporaneità risente del fatto che difficilmente troverete un tavolo libero senza averlo riservato almeno un paio di giorni prima. Ahimè, a quanto pare per i milanesi sentirsi a casa non è così facile! A presto! V.

Osteria della Lanterna
Via Giuseppe Mercalli 3, Milano
Tel. 02 58309604

Ristorante Dongiò

Tutto il sud in un abbraccio

Cena del 13/12/2010

Fa freddo. Fa paurosamente, scandalosamente e schifosamente freddo. Sì, schifosamente. Cosa vi aspettavate da una sarda trapiantata a Milano? Ma c’è di peggio! E’ Natale! E’ Natale per forza e per tutti, che lo vogliate o no! Ok in realtà sono una falsa cinica (un pò come la falsa magra di Totò), però alzi la mano chi non si sente un filino stressato al comparire dei primi addobbi già all’inizio di novembre. Ecco appunto. Ma come sempre, Pollyanna docet, c’è un lato positivo: si mangia a volontà! E con tanto di giustificazione festiva!

Ed è così che per la cena dicembrina le nostre buongustaie scelgono un ristorante già provato da Chiara, con menù per lo più calabrese ma con gustose incursioni in altre regioni del sud, forse con la speranza che il tutto riporti un pò di calore alle nostre serate ormai simil-polari. Il Ristorante Dongiò di Via Corio è un locale piccolo e affollato (i tavoli risultano abbastanza vicini tra loro, magari per un tête-à-tête romantico non è proprio l’ideale), e l’ubicazione non lo rende comodossimo per il parcheggio (Porta Romana, praticamente come dire pieno centro ormai). Però l’ambiente è rilassato e informale, tanto informale che ai nostri coperti mancavano nell’ordine 3 bicchieri da acqua, 1 coltello e 1 forchetta, ma si sa, all’occorrenza si mangia anche con le mani.  L’abbraccio del titolo di questo post altri non è che il protagonista del siparietto che ha dato inizio alla nostra serata, e che si è rivelato il primo di una serie piuttosto azzeccata di momenti di alta comicità (qui usato come sinonimo di disperazione, d’altra parte non ci smentiamo mai).

Tutto ha inizio con la scelta del vino, un Lacrima Nera del Feudo dei Sanseverino, scelto da Elisa più per curiosità che per conoscenza pregressa (infatti è ricorsa immediatamente ai suoi potenti mezzi tecnologici per appurarne meglio le caratteristiche), alla fine comunque una buona scelta considerata l’elevata gradazione alcolica che ci ha permesso di superare indenni un menù piuttosto saporito e naturalmente piccante. Fin qui tutto bene, quand’ecco che ci rendiamo conto che le bottiglie non vengono aperte al tavolo (come da galateo eno-mangereccio) ma in altra sede, seppur sempre al momento di servirle (questo avremo modo di scoprirlo a breve), ma tant’è, è 1 punto in meno comunque, sappiatelo! Fatto sta che l’apertura della nostra bottiglia viene affidata ad una gentile cameriera che dalla mia postazione riesco a intravedere intenta nella suddetta operazione. L’apertura non crea particolari difficoltà, ma è dopo che si sviluppa il dramma, in almeno tre atti: atto primo, la ragazza avvicina il tappo e annusa una, due, tre, quattro, CINQUE volte! Ho già paura, ma aspetto che gli effluvi arrivino anche alle mie narici prima di giudicare. Atto secondo, qui si svolge la scena madre, l’ABBRACCIO: non convinta, la fanciulla cinge il collo della bottiglia e lo porta al naso per cogliere quello che forse il tappo non le ha saputo trasmettere del tutto, ma attenzione, non è un abbraccio stile Cary Grant e Ingrid Bergman in Notorius (anche perchè lì c’era da preoccuparsi davvero, dato che il contenuto non era propriamente vino), bensì più alla Homer Simpson che cerca di strangolare il simpatico figlioletto Bart.

Ma la lotta impari con la bottiglia non sembra soddisfarla del tutto, ed è così che arriviamo al terzo ed ultimo atto: la donzella, bottiglia alla mano, fa capolino in cucina e allunga il vino al naso di un altro personaggio che non riesco a identificare (forse il cuoco, forse il responsabile di sala), nella speranza probabilmente di avere quelle conferme che le sue capacità olfattive non sembrano minimamente intenzionate a darle. E qui il dramma si conclude per fortuna, perchè la cameriera arriva finalmente al nostro tavolo, e passa la palla a Elisa: “Plego chi assaggiale vino?”…ecco, prendiamolo come il colpo di scena finale che spiega i misteri presentatisi fino ad ora. “E’ sapido” constata Elisa (ma questo lo sapevamo già dalla ricerca effettuata coi mezzi tecnologici di cui sopra), qualcosa mi dice che non è di questo che dobbiamo preoccuparci. Tuttavia la degustazione approva la bottiglia, e la pièce in tre atti si rivela essere farsa e non tragedia, per fortuna!

Il Vino

Antipasti

Il menù si apre con una dettagliata storia del peperoncino e alcune note esplicative sulla ‘nduja, chi è costei, perchè è certamente un CHI e non un COSA. Per chi non lo sapesse, trattasi di salume tipico calabrese che si presenta in versione spalmabile, e chiama a gran voce il pane e la sua croccantezza per la gioia del palato. Le nostre scelte pertanto non possono prescindere da questa e da altre delizie non propriamente leggerine che il menù propone, ma la signora che prende le ordinazioni non sembra averci inquadrate per niente: “Ma…sapete che sono tutte cose molto piccanti?” chiede non senza esitazione ma col coraggio di chi cerca di salvare uno sciagurato da morte certa. Al che, quasi istintivamente, ci guardiamo alle spalle per verificare se per caso non si stia rivolgendo a qualcun altro, ma no, ce l’ha proprio con noi. Dopo averla tranquillizzata con un atteggiamento del tipo “quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare”, ci apprestiamo agli assaggi.

Da notare che stasera diamo inizio a un rito probabilmente frutto della percentuale alcolica del vino ma in fondo molto calzante per il ruolo che abbiamo deciso di assumere dando inizio a questo blog, ossia il rito di “gira la ruota”. Assaggi, passi il piatto alla buongustaia alla tua destra, e prendi quello della disperata alla tua sinistra. Così tutte assaggiano tutto! Geniale vero? (Ok, non c’è bisogno di rispondere grazie, erano già abbastanza esaurienti gli sguardi dei commensali ai tavoli vicini, ma non sono blogger disperati, loro) I protagonisti della nostra prima ruota sono due piatti di bruschette tipiche, una con la ‘nduja e l’altra con caviale povero di Calabria (ossia una gustosa sardella piccante anch’essa spalmabile), piccanti e saporiti, in particolare apprezziamo il caviale calabrese, ruspante e povero al punto giusto da permettere di identificarci immediatamente con lui.

Bruschetta alla 'Nduja

Bruschetta al caviale povero di Calabria

Il freddo è dentro noi evidentemente, perchè le altre due scelte sono l’antipasto Primavera, un piattino di gorgonzola dolce con confettura di cipolline tropeane, anch’esse dolci, nell’insieme uno sposalizio che riesce, anche se la dolcezza del gorgonzola lo rende forse poco saporito, e l’antipasto d’Estate, ossia un assaggio di pecorino crotonese accompagnato da confettura di peperoni. Quest’ultimo come accordo è ancora più riuscito, il pecorino di per sè è buono ma con la salsina raggiunge un idillio inconfessabile, anzi confessabilissimo ma soprattutto godibilissimo. Ci facciamo portare anche un assaggio di burrata di Andria, per cominciare a sconfinare in altre terre, la quale si rivela buona, fresca, ma troppo fredda per i miei gusti, dato che la burrata, come la mozzarella di bufala, andrebbe sempre servita a temperatura ambiente (laddove per “ambiente” non si intende quello esterno in un serata di dicembre a Milano ovviamente).

Antipastino Primavera

Antipastino d'Estate

Burrata di Andria

Primi

Ebbene sì, stasera andiamo di primi. D’altra parte il menù snocciola una serie di prelibatezze realizzate con pasta fresca rigorosamente fatta a mano, e le porzioni si riveleranno abbondanti perciò ci buttiamo senza esitazione sull’amico carboidrato. Anche se i maccheroni alla Disperata sembrano fatti apposta per noi, preferiamo indagare altri condimenti, per cui io scelgo le tagliatelle alla Re Ferdinando II, con pancetta, rucola e ricotta fresca a pioggia (una pioggia che assomiglia vagamente a una cucchiaiata di citrosodina come mi fa notare subito Chiara, ma per fortuna è solo un infelice effetto ottico); il condimento è gustoso e leggero ma non si lega del tutto alla pasta, che risulta piuttosto insipida. Elisa, ignorando che i formati sudisti potrebbero riservare gradite sorprese, va di fusilli alla crema d’inverno, a base di carciofi e zucchine, non convintissima del formato ma ben contenta quando le si presenta un piattone di simil-cavatelli (ma più grandi e più affusolati), con un condimento che però fa pensare più a un sugo verde a base di cipolla, anche se molto delicato.

Tagliatelle alla Re Ferdinando II

Fusilli alla Crema d'Inverno con orologio

La nostra fotografa sceglie i maccheroni alla crotonese, un sugo a base di salsiccia piccantino e originale, alla fine sarà uno dei più graditi, e anche il formato risulta perfetto per esaltare il condimento, un pò dolciastro ma particolare. La dottoressa Laura, invece, opta per gli spaghetti alla Tamarro (con evidente quanto inconsapevole contrasto coi suoi modi assolutamente in antitesi alla tamarraggine propriamente detta), laddove il tamarro è frutto dell’incontro tra ‘nduja, ricotta “forte” e pomodoro, e dà il meglio di sè nello sforzo di rendere il più possibile chiara l’idea che si è fatta della portata: “Questa sì che è una pasta sfacciata e prepotente!”, lo è, ed è anche decisamente saporita! La pasta in tutti i casi è veramente fresca, su questo non ci sono dubbi.

Maccheroni al sugo di Crotone

Spaghettoni alla Tamarro

Dolci

Arrivate a questo punto, le nostre consuete chiacchiere si sono già spinte, trascinate dalla gioia dell’assaggio e dal tasso alcolico del vino, in lidi dove l’immaginazione ci vede nuove e indiscusse protagoniste della scena enogastronomica italiana, invitate di diritto ai programmi televisivi dedicati alla cucina e investite del ruolo di giudici supremi delle combinazioni culinarie altrui. A tal punto che Elisa fa due conti, trasformando le nostre serate in un mero investimento economico al grido di “Spendere adesso per risparmiare dopo!”.

Ecco, se ci fossimo fermate lì forse tutto ciò non rientrerebbe in uno dei siparietti comici citati in apertura, ma il problema è che Elisa si lascia trasportare dalle sue elucubrazioni, e noi con lei naturalmente. Al momento di ordinare il dolce, dopo aver elencato le nostre quattro scelte, rivolge un sorriso ingenuo ma irresistibile (o almeno questo è quello che pensiamo noi) alla cameriera, e con fare da comunicatrice navigata chiede “Inoltre, dato che siamo delle blogger e scriveremo una recensione su questo ristorante, è possibile avere in omaggio un quinto dolce da assaggiare?”. Io amo questa donna. E’ questo il mio pensiero, anzi è proprio quello che dico a Laura e Chiara che nel frattempo dicono addio a una qualsiasi eventuale carriera diplomatica scoppiando vistosamente a ridere dietro il tovagliolo. Siamo proprio disperate, ma almeno siamo simpatiche (e soprattutto ce lo diciamo da sole).

Gelato al pistacchio piccante in crosta di cioccolato

Tiramisù di ricotta fresca

Fatto sta che di dolci ne arrivano effettivamente cinque, vale a dire un gelato al pistacchio piccante con cioccolato, che suscita la “simpatia” (cito testualmente) di Laura ma che non incontra i miei favori, dato che il piccante non è pervenuto, e la cremosità neanche, seguito da un delizioso tiramisù di ricotta fresca veramente ottimo (e con una crema molto “valida” a detta della dottoressa, ve l’ho detto che ha dato il meglio di sè), da una “Marronella della Sila” ossia una superba panna cotta fatta in casa con crema di castagne di Calabria, e da un piattino che mette in seria difficoltà Chiara, dei tartufetti al cioccolato e peperoncino accompagnati da una crema che però non ne vuole sapere di avvilupparsi a loro, per cui la nostra fotografa è costretta a tutta una serie di contorsionismi col cucchiaio per garantire l’incontro dei due elementi del dessert almeno in bocca. Buoni, ma la crema in effetti poteva anche starsene in cucina, visto che fa tanto la preziosa.

E poi naturalmente arriva il quinto elemento, quello che per un attimo ci fa credere di essere davvero diventate qualcuno! Si tratta del gelato di castagne della Sila al mostocotto, molto particolare e assai gradito. E poi vogliamo parlare di quello che rappresenta per noi? Sarà, ma su questo particolare io avevo qualche dubbio.

Marronella della Sila

Tartufetti al cioccolato e peperoncino

Gelato di castagne al ricciodolce

Richiamiamo la gentile signora per assaggiare un paio di vini dolci magari tipici, al che lei annuncia che ci invierà subito il responsabile per consigliarci come si deve. E’ fatta! Siamo famose! Mangeremo gratis per sempre! Arriva il dolce omino che ci rivolge un sorriso professionale e ci presenta due bottiglie, un delizioso liquore alle foglie di ciliegio e un superbo marsala invecchiato, a detta dell’omino assolutamente da assaggiare, anche se non propriamente calabrese. In effetti è veramente buono, ottima conclusione di questa cena rocambolesca.

Liquore al ciliegio

Marsala superiore Donna Franca

Notare che alla nostra richiesta di fotografare la bottiglia del marsala, l’omino acconsente sorridente e con un mezzo inchino, il che ci fa praticamente pensare che forse dovremmo cominciare da stasera a mangiare gratis di diritto. Povere noi. Arriva il momento della verità, in tutti i sensi, ossia quello del conto: è un onestissimo totale di 119 Euro, una spesa di 30 Euro a testa che rende questo ristorante un locale dal buon rapporto qualità-prezzo, perfetto per serate informali tra amici e assaggi sfiziosi in una cucina ricca e variegata com’è quella meridionale.

Ma la verità di cui parlavo non è proprio questa. I miei occhi scorrono famelici (per una volta in senso realmente figurato) all’elenco delle pietanze segnate e  TRAC, i nostri sogni si sgretolano miseramente come una sbrisolona appena addentata. Il quinto dolce naturalmente è bello e segnato e non certo in omaggio, così come gli abbondanti assaggi di liquore e marsala, altro che blogger in avanscoperta! “Non dovevamo rivelarci subito!” cerca di giustificare Elisa, che nel frattempo non ha mancato di lasciare la sua firma sul cacao del tiramisù, mentre Chiara fa un sospiro e pensa alla Sicilia. Sì alla Sicilia, sempre sud è no? Lasciatela pensare, ci sono 7 gradi sotto zero fuori, e noi usciamo abbastanza soddisfatte, pronte alla prossima cena, magari ancora in incognito però, tanto per essere sicure. Alla prossima, Buone Feste e Grandi Mangiate a tutti! V.

Ristorante Dongiò
Via Bernardino Corio 3, Milano
Tel. 02 5511372

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