Ristorante VietnamMonAmour

Appuntamento al buio (con la zoppa)

Cena del 18/04/2011

Sono pessima, lo so (cit.).

E sono anche fastidiosamente autoreferenziale, dato che cito me stessa. Bè, nessuno è perfetto! (cit./2) (questa non sono io però).

Ok questo è un post difficile, come lo chiamiamo, A VOLTE RITORNANO? CHI NON MUORE SI RIVEDE? CHI VA CON LO ZOPPO IMPARA A ZOPPICARE? (questa ve la spiego dopo). La verità è che sono MESI che questo blog non viene aggiornato, e non per mancanza di spunti, che pensavate che stavamo a ‘fa il digiuno? Ma non scherziamo, magnare se magna, sempre e comunque! Solo che è un mondo difficile. Capita. E capita anche che il mio Lui un giorno proponga di cambiare operatore telefonico perchè così vediamo X Factor (questa è difficile, ma fidatevi, un nesso c’è) e che QUEL particolare operatore telefonico sia rapido nell’attivarci la nuova linea come un bradipo in fin di vita che cerca di combattere un colpo di sonno.

Ecco, diciamo che un paio di mesetti pieni sono andati via così, lisci lisci, senza nessun accesso alla rete! Il resto bè, ho esordito dicendo che sono pessima, direi che è più che sufficiente! Ma rieccoci qua, con ben TRE recensioni dei posticini che abbiamo visitato fino a poco prima della pausa estiva (ecco, ho trovato un’altra scusa per la nostra assenza ;-P), quindi tutto sommato torniamo belle sazie (ma mai del tutto naturalmente).

Cena di aprile dunque: tanto per rendere le cose ancora più complicate, il luogo prescelto presentava non poche difficoltà dal punto di vista, come dire, narrativo, considerato che per ricordarmi decentemente i nomi dei piatti ho dovuto scribacchiare tutto il tempo sul mio taccuino come una povera pazza, sapendo perfettamente che a stento sarei stata in grado di decifrare quello che stavo scrivendo. Altra difficoltà: la prima cosa che colpisce di questo locale è l’atmosfera, intima e ricercata,  ma cosa c’è di meglio delle luci soffuse per creare un’atmosfera ancora più intima? Ecco appunto, le luci soffuse. Al limite delle tenebre, direi, per questo vi informo che questo post stimolerà molto la vostra immaginazione, dato che non è stato possibile realizzare delle foto degne di questo nome. Ma in fondo tutto ciò ha un che di poetico, giusto?

Un pò meno poetiche erano le espressioni di sdegno utilizzate da Elisa per raccontarci il suo pomeriggio appena trascorso al pronto soccorso: azzoppata da un ginocchio fuori uso conseguenza di un’altrettanto poetica camminata tra i monti (ecco dove compare lo zoppo), aveva trascorso la ultime 6 ore nella speranza di adescare un ortopedico in ospedale, finendo con l’abbandonare il suddetto luogo di perdizione senza risultati apprezzabili, se non quello di arrivare zoppa alla meta per l’appunto.

C’è da dire che il Ristorante Vietnam Mon Amour è un posto assai amabile, molto curato, che dispone anche di un Bed & Breakfast arredato in stile vietnamita, così come il ristorante: arredi recuperati dal paese di origine dalla proprietaria, ex docente universitaria figlia di emigrati vietnamiti trapiantati a Parigi, a sua volta trapiantata a Milano, dove dopo 10 anni di insegnamento ha pensato bene di sposare un piemontese appassionato di vini, ex manager di un’azienda farmaceutica, e avviare questa interessante attività. Il tutto in un ambiente accogliente, un pò affollato per la verità, ma non in modo fastidioso. Vi raccomando la prenotazione, il locale è molto conosciuto.

Antipasti

Vediamo dunque cosa combinano questi due personaggi che hanno realizzato quello che rimane il sogno di molti (compreso il mio), ossia gettare alle ortiche la rassicurante ma alienante (e spesso delirante) vita del lavoratore col posto fisso per buttarsi in un’avventura cultural-gastronomica alimentata da pura passione (questo si vede subito). Il menù è molto ricco, racconta una cucina dai sapori agrodolci, abili nello stimolare i sensi e capaci di rivelare una grande varietà.  Il vino ce lo consiglia il consorte della padrona di casa, che ci ammonisce sull’impossibilità di assaporare un qualsivoglia prodotto di vitigni vietnamiti: non s’ha da fare, causa, a quanto pare, avverse condizioni climatico-ambientali. Poco male! Ci propone un ottimo Carjcanti del 2008 di Gulfi, aromatico IGT siciliano prodotto da uva proveniente da agricoltura biologica.

Il Vino

Ci tuffiamo nel ricchissimo menù, con qualche difficoltà interpretativa (notare che Chiara rivela un’abilità inaspettata nel pronunciare tutti gli impronunciabili nomi delle portate, mi sa che se la ipnotizzassimo scopriremmo dettagli sorprendenti sulle sue vite passate), e dagli antipasti peschiamo una serie di stuzzicanti involtini: “ Nem” involtino di granchio e noodles in sfoglia di riso croccante, “Banh cuon” involtino di carne in sfoglia di riso al vapore, “Goi cuon” involtino di gamberi con menta, erba cipollina e noodles e per finire “Goi cuon (al salmone)” involtino di salmone affumicato con aneto, sesamo e noodles di riso. Cosa emerge da tutto ciò? Bè, tanto per cominciare che la cucina vietnamita non è fatta per essere divisa: le difficoltà che incontriamo nel cercare di spartire il tutto come di consueto sono insormontabili, così optiamo per un più semplice assaggio in condivisione pescando qua e là dai nostri quattro piatti, tra un giochino con le bacchette e un’immersione nelle sapienti salsine che accompagnano il tutto. Le materie prime si rivelano subito ottime, e molto fresche. Sapori inediti non c’è che dire, ma ce lo aspettavamo, e noto che l’olfatto non è particolarmente coinvolto in questi piatti: è più un gioco di gusti accostati tra di loro, in un percorso che andrebbe seguito con una certa diligenza, nel passare da un intingolo all’altro, come infatti ci viene spiegato da chi ci serve al tavolo…tutto ciò è molto inebriante!

Secondi

Per la portata principale, decidiamo di scegliere piatti molto diversi tra loro (tanto per cambiare), anche se nel menù è comunque il pesce a farla da padrone: ecco il Tonno scottato nel wok al frutto della passione con galletta, un accostamento deciso e molto armonioso, il “Vit nuong” confit di anatra con salsa all’arancia e riso, lievemente aromatico, il “Cua” granchio fresco farcito con carne di maiale e noodles, decisamente saporito, e i “Muc nuong” calamari freschi dorati al forno con verdure al sesamo, un mix delicatissimo e quasi dolce, che forse riassume anche la differenza nel modo di cucinare il pesce rispetto alle nostre abitudini mediterranee. Spinte dalla curiosità, aggiungiamo un quinto assaggio per provare i “Bun cha” bocconcini croccanti di maiale con sesamo e salsa di soia, buoni ma meno originali dei piatti a base di pesce.

Il Tonno scottato al frutto della passione

Bun cha

Muc nuong

Vit nuong

Dolci

I dessert suscitano molto la nostra curiosità, dato che non sappiamo proprio cosa aspettarci. Si passa dalla “Banh xeo” crèpe di riso con gelato e salsa allo zenzero, che risulta un pò troppo umida per i nostri gusti, e d’altra parte è certamente un dolce un pò impegnativo data la forte preponderanza dello zenzero, forse si gusta meglio in dimensioni più ridotte, al delizioso Tiramisù al caffè vietnamita, che ovviamente invece per noi risente del problema opposto (troppo piccolo!), per finire con due torte dall’aspetto classico ma decisamente sorprendenti: la Torta di mango tiepida con panna speziata e la Torta al cocco con panna alla cannella, entrambe un trionfo di profumo e sofficità, e in tutte e due la panna è un accompagnamento ottimo e dolcissimo.

Banh xeo

Tiramisù al caffè vietnamita

Torta di mango

Torta al cocco

Finiamo la serata contemplando i piatti vuoti e assaporando la dolcezza che ci pervade in quantità industriale, anche perchè tra una chiacchiera e l’altra Elisa ci ha annunciato di essere prossima alla convivenza (con il suo Lui ovviamente), ma per le perle di saggezza relative a questo argomento vi dò appuntamento alla prossima puntata…intanto vi informo che la spesa ammontava a €179 in totale (incluso il vino che da solo ne costava 30, d’altra parte il cibo esotico merita un accompagnamento di un certo livello, o forse è solo perchè abbiamo le mani enologicamente bucate) e che l’impressione generale è stata ottima, certamente questa è una tappa obbligata a Milano per gli amanti della cucina orientale magari un pò stufi del solito sushi. Alla prossima! (che sarà ovviamente prestissimo, visti gli arretrati) V.

Ristorante VietnamMonAmour
Via Alessandro Pestalozza 7, Milano
Tel. 02 70634614

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Ristorante La Genzianella

Sul cucuzzolo della montagna

Cena del 19/02/2011

Ed eccoci al primo post non milanese, ma senza allontanarci troppo dal capoluogo lombardo. Le buongustaie si sa, non si fermano di fronte a niente quando si tratta di mangiare, e qui le condizioni estreme ci sono tutte: la montagna, la neve, la temperatura sotto zero, e persino una vipera imbottigliata. L’occasione è data da un weekend in quel di Madesimo, tutta la nostra allegra compagnia alloggiata in un’unica tipicissima baita, vicini vicini! Certo passare due notti in uno stanzone coi letti a castello fa tanto gita delle medie e ci fa anche senitre più giovani, anche se qualcosa mi dice che i ragazzini delle medie non siano in grado di comunicare nel sonno a forza di russamenti da competizione (almeno spero).

Le buongustaie in trasferta in questo caso erano solo due, Elisa e Valeria, accomunate dalla passione per il buon cibo ma non dalla destrezza sugli sci, dato che Elisa potrebbe tranquillamente mangiare e sciare contemporaneamente, mentre io al solo pensiero sento che mi passa la fame. E ho detto tutto. Non che non ci abbia mai provato, e a più riprese! Ma vedo la morte in faccia ad ogni leggero scivolamento di una delle mie gambe. Ecco, diciamo che mi fa meno impressione scolarmi la bottiglia della foto qui sopra. Mangiamoci su!

La Genzianella è un allegro e assai informale ristorantino a Campodolcino, pochi chilometri dal centro di Madesimo, che io sappia una delle poche attrazioni gastronomiche della zona, ma di certo validissima. Si presta alquanto al nostro approccio disperato, dato che si mangia parecchio e si spende davvero poco, in più non bisogna neanche fare lo sforzo di ordinare perchè il menù è fisso ogni sera, a seconda di quello che è stato preparato quel giorno. Vai con lo slalom!

Primi

Il simpatico gestore saluta la nostra mega tavolata con un sorriso e l’elenco dei piatti del giorno, dove non mancano mai gli insuperabili pizzoccheri della Valchiavenna, da non confondere con quelli della Valtellina: quelli che servono qui non a caso vengono definiti anche gnocchetti bianchi chiavennaschi, e assomigliano come consistenza agli gnocchi per l’appunto, sebbene non siano a base di patate ma di farina, latte e pane raffermo. Le patate però le ritroviamo nel condimento, insieme a dosi massicce di bitto, casera, e burro come se piovesse! Strepitosi e golosissimi, e non sono mai abbastanza, per fortuna qui i piatti vengono riempiti dalle cortesi cameriere che girano tra i tavoli armate di mestolo e pirofila, per cui si può tranquillamente farsi colmare il piatto a piacimento, ed eventualmente chiedere un rabbocchino, insomma un vero inno alla disperazione buongustaia. Il vino è della casa, ma imbottigliato e personalizzato, e assai gradevole.

I pizzoccheri della Valchiavenna

I raviolini alle erbe

Subito dopo arriva un altro piatto fortissimo: degli squisiti raviolini alle erbe, semplici ma deliziosi, “ad ogni raviolino un’esplosione di sapori!” (Elisa ha già cominciato a dare il meglio di sè, e infatti segue un’espressione assorta e la frase “le erbe…sanno DAVVERO di erbe!”), fatti a mano e serviti con un condimento molto leggero che ne esalta il ripieno.

Secondi

Il locale è piccolo e affollato, mentre il personale fa avanti indietro dalla cucina con i vassoi ricolmi e un sorriso e una cordialità tali che io ed Elisa ormai li vediamo come angeli che sorvolano la tavola elargendo prelibatezze casalinghe, praticamente un sogno ad occhi aperti (effettivamente le nostra bottiglia di vino è già vuota). Arrivano le costine di maiale, cotte al forno, unte, saporite, da mangiare con le mani, assolutamente perfette! Accompagnate da una polenta taragna filante e gustosissima (e qui è iniziata una lunga serie di rabbocchini).

Le costine di maiale

La carrellata di secondi prosegue con i medaglioni di vitello in umido con funghi, un piatto semplice  dal sapore genuino, ma altrimenti non particolarmente degno di nota, e il cervo in salmì, molto saporito e ben cucinato, con un sughetto pronto per una magnifica scarpetta e per un’ulteriore dose di polenta, e vai col terzo rabbocco!

Il vitello con in funghi

Il cervo in salmì

Dolci

Siamo in tanti, il livello alcolico, unito a quello della soddisfazione mangereccia, è ormai alle stelle, non resta che sfogarci col dessert! Io ed Elisa, sempre in prima linea nella lotta al trend-setting fine a sè stesso, scegliamo il nostro vecchio e classico amico tiramisù che purtroppo in questo caso non raggiunge la sufficienza: niente da dire sulle materie prime, ma manca di leggerezza nella preparazione, come rimarca la mia collega buongustaia “è un dolce che deve essere volatile, venire su con te, invece questo ti tira un pò giù”,  sempre perfetta a dipingere un quadro con le parole.

Il tiramisù

Nota positiva invece per il gelato alle castagne con panna scelto dalla mia dolce metà, molto originale e cremoso, con tanto di pezzettini di castagne in bella mostra, e per il semifreddo al braulio, che è “inconfondibilmente al braulio”, come osserva Elisa, la quale subito dopo si lancia in una delle sue operazioni da blogger d’assalto decidendo fermamente di chiedere al gestore la ricetta dell’inconfondibile dolce in questione. Secondo voi come va a finire? Niente apertura con “siccome noi siamo delle blogger…” in questo caso, ma il risultato è ancora un buco nell’acqua. Tranquilla amica, riusciremo a farci prendere sul serio prima o poi. (Forse)

Il gelato alle castagne

Il semifreddo al braulio

Giunti a valle, arriva il momento dei digestivi, ed è lei la protagonista: LA VIPERA. Paura eh? E fate bene, sebbene mi rincuori il fatto di scoprire che la vipera in bottiglia non è la stessa dell’ultima volta che sono stata qui, mentre la grappa in questione è sempre assoluta protagonista dei digestivi della Genzianella. Io mi sono limitata a un piccolissimo assaggio, non era male, ma sicuramente qui fa molto di più l’effetto scenografico e il fatto che rimblazi la notizia che tale grappa sia fortemente afrodisiaca. Anche se fosse, dormiamo in 15 in uno stanzone, non credo che l’effetto afrodisiaco possa tornare molto utile. Tra l’altro ho scoperto che la ricetta originale di questa grappa consiglia di utilizzare per la preparazione una vipera “preferibilmente morta”. Quando si dice non dare mai niene per scontato.

Ed eccoci al conto, momento di vero godimento, per rubare un claim mangereccio di qualche tempo fa: ci siamo elegantemente sfondati, e il conto supera di poco i 20 Euro a testa. Eureka! O meglio, come esclama Elisa con un’espressione a metà tra il turbamento e un piacevole sdegno “Sto per morire e abbiamo speso solo €22 a testa!”, un quadro impressionista in questo caso, non c’è che dire. Se avete problemi a digerire (ma vi garantisco che non li avrete, se il cibo è genuino la digestione va da sola), potete fare una capatina al simpatico pub La Vitella nelle Nuvole, a pochi metri dal ristorante, per una sana grolla dell’amicizia in versione chiavennasca, senza dimenticare di fare un salto in bagno. Ma questa è un’altra storia…alla prossima trasferta! V.

Ristorante La Genzianella
Via Fraciscio 72, Campodolcino (SO)
Tel. 0343 50154

Ristorante Dongiò

Tutto il sud in un abbraccio

Cena del 13/12/2010

Fa freddo. Fa paurosamente, scandalosamente e schifosamente freddo. Sì, schifosamente. Cosa vi aspettavate da una sarda trapiantata a Milano? Ma c’è di peggio! E’ Natale! E’ Natale per forza e per tutti, che lo vogliate o no! Ok in realtà sono una falsa cinica (un pò come la falsa magra di Totò), però alzi la mano chi non si sente un filino stressato al comparire dei primi addobbi già all’inizio di novembre. Ecco appunto. Ma come sempre, Pollyanna docet, c’è un lato positivo: si mangia a volontà! E con tanto di giustificazione festiva!

Ed è così che per la cena dicembrina le nostre buongustaie scelgono un ristorante già provato da Chiara, con menù per lo più calabrese ma con gustose incursioni in altre regioni del sud, forse con la speranza che il tutto riporti un pò di calore alle nostre serate ormai simil-polari. Il Ristorante Dongiò di Via Corio è un locale piccolo e affollato (i tavoli risultano abbastanza vicini tra loro, magari per un tête-à-tête romantico non è proprio l’ideale), e l’ubicazione non lo rende comodossimo per il parcheggio (Porta Romana, praticamente come dire pieno centro ormai). Però l’ambiente è rilassato e informale, tanto informale che ai nostri coperti mancavano nell’ordine 3 bicchieri da acqua, 1 coltello e 1 forchetta, ma si sa, all’occorrenza si mangia anche con le mani.  L’abbraccio del titolo di questo post altri non è che il protagonista del siparietto che ha dato inizio alla nostra serata, e che si è rivelato il primo di una serie piuttosto azzeccata di momenti di alta comicità (qui usato come sinonimo di disperazione, d’altra parte non ci smentiamo mai).

Tutto ha inizio con la scelta del vino, un Lacrima Nera del Feudo dei Sanseverino, scelto da Elisa più per curiosità che per conoscenza pregressa (infatti è ricorsa immediatamente ai suoi potenti mezzi tecnologici per appurarne meglio le caratteristiche), alla fine comunque una buona scelta considerata l’elevata gradazione alcolica che ci ha permesso di superare indenni un menù piuttosto saporito e naturalmente piccante. Fin qui tutto bene, quand’ecco che ci rendiamo conto che le bottiglie non vengono aperte al tavolo (come da galateo eno-mangereccio) ma in altra sede, seppur sempre al momento di servirle (questo avremo modo di scoprirlo a breve), ma tant’è, è 1 punto in meno comunque, sappiatelo! Fatto sta che l’apertura della nostra bottiglia viene affidata ad una gentile cameriera che dalla mia postazione riesco a intravedere intenta nella suddetta operazione. L’apertura non crea particolari difficoltà, ma è dopo che si sviluppa il dramma, in almeno tre atti: atto primo, la ragazza avvicina il tappo e annusa una, due, tre, quattro, CINQUE volte! Ho già paura, ma aspetto che gli effluvi arrivino anche alle mie narici prima di giudicare. Atto secondo, qui si svolge la scena madre, l’ABBRACCIO: non convinta, la fanciulla cinge il collo della bottiglia e lo porta al naso per cogliere quello che forse il tappo non le ha saputo trasmettere del tutto, ma attenzione, non è un abbraccio stile Cary Grant e Ingrid Bergman in Notorius (anche perchè lì c’era da preoccuparsi davvero, dato che il contenuto non era propriamente vino), bensì più alla Homer Simpson che cerca di strangolare il simpatico figlioletto Bart.

Ma la lotta impari con la bottiglia non sembra soddisfarla del tutto, ed è così che arriviamo al terzo ed ultimo atto: la donzella, bottiglia alla mano, fa capolino in cucina e allunga il vino al naso di un altro personaggio che non riesco a identificare (forse il cuoco, forse il responsabile di sala), nella speranza probabilmente di avere quelle conferme che le sue capacità olfattive non sembrano minimamente intenzionate a darle. E qui il dramma si conclude per fortuna, perchè la cameriera arriva finalmente al nostro tavolo, e passa la palla a Elisa: “Plego chi assaggiale vino?”…ecco, prendiamolo come il colpo di scena finale che spiega i misteri presentatisi fino ad ora. “E’ sapido” constata Elisa (ma questo lo sapevamo già dalla ricerca effettuata coi mezzi tecnologici di cui sopra), qualcosa mi dice che non è di questo che dobbiamo preoccuparci. Tuttavia la degustazione approva la bottiglia, e la pièce in tre atti si rivela essere farsa e non tragedia, per fortuna!

Il Vino

Antipasti

Il menù si apre con una dettagliata storia del peperoncino e alcune note esplicative sulla ‘nduja, chi è costei, perchè è certamente un CHI e non un COSA. Per chi non lo sapesse, trattasi di salume tipico calabrese che si presenta in versione spalmabile, e chiama a gran voce il pane e la sua croccantezza per la gioia del palato. Le nostre scelte pertanto non possono prescindere da questa e da altre delizie non propriamente leggerine che il menù propone, ma la signora che prende le ordinazioni non sembra averci inquadrate per niente: “Ma…sapete che sono tutte cose molto piccanti?” chiede non senza esitazione ma col coraggio di chi cerca di salvare uno sciagurato da morte certa. Al che, quasi istintivamente, ci guardiamo alle spalle per verificare se per caso non si stia rivolgendo a qualcun altro, ma no, ce l’ha proprio con noi. Dopo averla tranquillizzata con un atteggiamento del tipo “quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare”, ci apprestiamo agli assaggi.

Da notare che stasera diamo inizio a un rito probabilmente frutto della percentuale alcolica del vino ma in fondo molto calzante per il ruolo che abbiamo deciso di assumere dando inizio a questo blog, ossia il rito di “gira la ruota”. Assaggi, passi il piatto alla buongustaia alla tua destra, e prendi quello della disperata alla tua sinistra. Così tutte assaggiano tutto! Geniale vero? (Ok, non c’è bisogno di rispondere grazie, erano già abbastanza esaurienti gli sguardi dei commensali ai tavoli vicini, ma non sono blogger disperati, loro) I protagonisti della nostra prima ruota sono due piatti di bruschette tipiche, una con la ‘nduja e l’altra con caviale povero di Calabria (ossia una gustosa sardella piccante anch’essa spalmabile), piccanti e saporiti, in particolare apprezziamo il caviale calabrese, ruspante e povero al punto giusto da permettere di identificarci immediatamente con lui.

Bruschetta alla 'Nduja

Bruschetta al caviale povero di Calabria

Il freddo è dentro noi evidentemente, perchè le altre due scelte sono l’antipasto Primavera, un piattino di gorgonzola dolce con confettura di cipolline tropeane, anch’esse dolci, nell’insieme uno sposalizio che riesce, anche se la dolcezza del gorgonzola lo rende forse poco saporito, e l’antipasto d’Estate, ossia un assaggio di pecorino crotonese accompagnato da confettura di peperoni. Quest’ultimo come accordo è ancora più riuscito, il pecorino di per sè è buono ma con la salsina raggiunge un idillio inconfessabile, anzi confessabilissimo ma soprattutto godibilissimo. Ci facciamo portare anche un assaggio di burrata di Andria, per cominciare a sconfinare in altre terre, la quale si rivela buona, fresca, ma troppo fredda per i miei gusti, dato che la burrata, come la mozzarella di bufala, andrebbe sempre servita a temperatura ambiente (laddove per “ambiente” non si intende quello esterno in un serata di dicembre a Milano ovviamente).

Antipastino Primavera

Antipastino d'Estate

Burrata di Andria

Primi

Ebbene sì, stasera andiamo di primi. D’altra parte il menù snocciola una serie di prelibatezze realizzate con pasta fresca rigorosamente fatta a mano, e le porzioni si riveleranno abbondanti perciò ci buttiamo senza esitazione sull’amico carboidrato. Anche se i maccheroni alla Disperata sembrano fatti apposta per noi, preferiamo indagare altri condimenti, per cui io scelgo le tagliatelle alla Re Ferdinando II, con pancetta, rucola e ricotta fresca a pioggia (una pioggia che assomiglia vagamente a una cucchiaiata di citrosodina come mi fa notare subito Chiara, ma per fortuna è solo un infelice effetto ottico); il condimento è gustoso e leggero ma non si lega del tutto alla pasta, che risulta piuttosto insipida. Elisa, ignorando che i formati sudisti potrebbero riservare gradite sorprese, va di fusilli alla crema d’inverno, a base di carciofi e zucchine, non convintissima del formato ma ben contenta quando le si presenta un piattone di simil-cavatelli (ma più grandi e più affusolati), con un condimento che però fa pensare più a un sugo verde a base di cipolla, anche se molto delicato.

Tagliatelle alla Re Ferdinando II

Fusilli alla Crema d'Inverno con orologio

La nostra fotografa sceglie i maccheroni alla crotonese, un sugo a base di salsiccia piccantino e originale, alla fine sarà uno dei più graditi, e anche il formato risulta perfetto per esaltare il condimento, un pò dolciastro ma particolare. La dottoressa Laura, invece, opta per gli spaghetti alla Tamarro (con evidente quanto inconsapevole contrasto coi suoi modi assolutamente in antitesi alla tamarraggine propriamente detta), laddove il tamarro è frutto dell’incontro tra ‘nduja, ricotta “forte” e pomodoro, e dà il meglio di sè nello sforzo di rendere il più possibile chiara l’idea che si è fatta della portata: “Questa sì che è una pasta sfacciata e prepotente!”, lo è, ed è anche decisamente saporita! La pasta in tutti i casi è veramente fresca, su questo non ci sono dubbi.

Maccheroni al sugo di Crotone

Spaghettoni alla Tamarro

Dolci

Arrivate a questo punto, le nostre consuete chiacchiere si sono già spinte, trascinate dalla gioia dell’assaggio e dal tasso alcolico del vino, in lidi dove l’immaginazione ci vede nuove e indiscusse protagoniste della scena enogastronomica italiana, invitate di diritto ai programmi televisivi dedicati alla cucina e investite del ruolo di giudici supremi delle combinazioni culinarie altrui. A tal punto che Elisa fa due conti, trasformando le nostre serate in un mero investimento economico al grido di “Spendere adesso per risparmiare dopo!”.

Ecco, se ci fossimo fermate lì forse tutto ciò non rientrerebbe in uno dei siparietti comici citati in apertura, ma il problema è che Elisa si lascia trasportare dalle sue elucubrazioni, e noi con lei naturalmente. Al momento di ordinare il dolce, dopo aver elencato le nostre quattro scelte, rivolge un sorriso ingenuo ma irresistibile (o almeno questo è quello che pensiamo noi) alla cameriera, e con fare da comunicatrice navigata chiede “Inoltre, dato che siamo delle blogger e scriveremo una recensione su questo ristorante, è possibile avere in omaggio un quinto dolce da assaggiare?”. Io amo questa donna. E’ questo il mio pensiero, anzi è proprio quello che dico a Laura e Chiara che nel frattempo dicono addio a una qualsiasi eventuale carriera diplomatica scoppiando vistosamente a ridere dietro il tovagliolo. Siamo proprio disperate, ma almeno siamo simpatiche (e soprattutto ce lo diciamo da sole).

Gelato al pistacchio piccante in crosta di cioccolato

Tiramisù di ricotta fresca

Fatto sta che di dolci ne arrivano effettivamente cinque, vale a dire un gelato al pistacchio piccante con cioccolato, che suscita la “simpatia” (cito testualmente) di Laura ma che non incontra i miei favori, dato che il piccante non è pervenuto, e la cremosità neanche, seguito da un delizioso tiramisù di ricotta fresca veramente ottimo (e con una crema molto “valida” a detta della dottoressa, ve l’ho detto che ha dato il meglio di sè), da una “Marronella della Sila” ossia una superba panna cotta fatta in casa con crema di castagne di Calabria, e da un piattino che mette in seria difficoltà Chiara, dei tartufetti al cioccolato e peperoncino accompagnati da una crema che però non ne vuole sapere di avvilupparsi a loro, per cui la nostra fotografa è costretta a tutta una serie di contorsionismi col cucchiaio per garantire l’incontro dei due elementi del dessert almeno in bocca. Buoni, ma la crema in effetti poteva anche starsene in cucina, visto che fa tanto la preziosa.

E poi naturalmente arriva il quinto elemento, quello che per un attimo ci fa credere di essere davvero diventate qualcuno! Si tratta del gelato di castagne della Sila al mostocotto, molto particolare e assai gradito. E poi vogliamo parlare di quello che rappresenta per noi? Sarà, ma su questo particolare io avevo qualche dubbio.

Marronella della Sila

Tartufetti al cioccolato e peperoncino

Gelato di castagne al ricciodolce

Richiamiamo la gentile signora per assaggiare un paio di vini dolci magari tipici, al che lei annuncia che ci invierà subito il responsabile per consigliarci come si deve. E’ fatta! Siamo famose! Mangeremo gratis per sempre! Arriva il dolce omino che ci rivolge un sorriso professionale e ci presenta due bottiglie, un delizioso liquore alle foglie di ciliegio e un superbo marsala invecchiato, a detta dell’omino assolutamente da assaggiare, anche se non propriamente calabrese. In effetti è veramente buono, ottima conclusione di questa cena rocambolesca.

Liquore al ciliegio

Marsala superiore Donna Franca

Notare che alla nostra richiesta di fotografare la bottiglia del marsala, l’omino acconsente sorridente e con un mezzo inchino, il che ci fa praticamente pensare che forse dovremmo cominciare da stasera a mangiare gratis di diritto. Povere noi. Arriva il momento della verità, in tutti i sensi, ossia quello del conto: è un onestissimo totale di 119 Euro, una spesa di 30 Euro a testa che rende questo ristorante un locale dal buon rapporto qualità-prezzo, perfetto per serate informali tra amici e assaggi sfiziosi in una cucina ricca e variegata com’è quella meridionale.

Ma la verità di cui parlavo non è proprio questa. I miei occhi scorrono famelici (per una volta in senso realmente figurato) all’elenco delle pietanze segnate e  TRAC, i nostri sogni si sgretolano miseramente come una sbrisolona appena addentata. Il quinto dolce naturalmente è bello e segnato e non certo in omaggio, così come gli abbondanti assaggi di liquore e marsala, altro che blogger in avanscoperta! “Non dovevamo rivelarci subito!” cerca di giustificare Elisa, che nel frattempo non ha mancato di lasciare la sua firma sul cacao del tiramisù, mentre Chiara fa un sospiro e pensa alla Sicilia. Sì alla Sicilia, sempre sud è no? Lasciatela pensare, ci sono 7 gradi sotto zero fuori, e noi usciamo abbastanza soddisfatte, pronte alla prossima cena, magari ancora in incognito però, tanto per essere sicure. Alla prossima, Buone Feste e Grandi Mangiate a tutti! V.

Ristorante Dongiò
Via Bernardino Corio 3, Milano
Tel. 02 5511372

Trattoria Trinacria

Il Vino

La Sicilia nel piatto…e non solo!

Cena del 22/11/2010

La seconda cena in realtà è la prima…quest’affermazione deriva non da un’ubriacatura molesta ma dal fatto che la prima uscita della nostre charlie’s angels (più una) del magna magna, nata dal puro e banalissimo desiderio di fare un’uscitina senza uomini con l’unico obiettivo di MANGIARE, ebbe luogo qualche mese fa proprio alla Trattoria Trinacria in Via Savona 57 , decisamente uno dei ristoranti preferiti di Valeria, ma alla serata non potè essere presente la nostra fotografa ufficiale, abbattuta all’ultimo momento da un fastidioso problema di quelli che fanno proprio sentire felici di essere donna (occhio al sarcasmo). Difatti, di quella serata non esistono prove concrete, quindi forse noi altre 3 ce la siamo sognata, ma di certo era un sogno molto realistico e anche molto godereccio ;-P

Non si poteva non tornare insieme alla piccola grande Chiara e ai suoi avanzatissimi mezzi per immortalare i piatti! Ragion per cui è diventata la seconda cena! (bè, ovvio che fin tanto che non è l’ultima va sempre bene)

Il menù (tutto rigorosamente scritto in siciliano, ma dotato di sottotitoli, per voi che vi stavate già preoccupando) segue l’andamento delle stagioni e della disponibilità delle materie prime (freschissime e di altissima qualità), quindi qualcosa di nuovo si incontra sempre, anche se come me si è una frequentatrice assidua di questo bellissimo posto. Perchè sì, è un bellissimo “posto”! Si mangia (tanto) e si beve e si chiacchiera fino a tardi senza che nessuno ti disturbi!

Veniamo subito inquadrate, per fortuna come buongustaie, non come disperate, dalla dolce e gentile signora che prende le ordinazioni (ma d’altra parte è dura non essere buongustai da Trinacria). La scelta del vino spetta alla nostra esperta di fiducia Elisa, che negli ultimi 12 mesi ha investito gioiosamente tutto il suo stipendio in corsi di degustazione di vini e weekend di azzeramento della carta di credito in acquisti di pregiate bottiglie, salvo poi dare la colpa a quel sant’uomo del suo fidanzato che prima di conoscerla era completamente astemio. OK ahahah questa non riesco proprio a scriverla senza ridere!! ;-D

La dolce signora alla scelta del vino, un Chiarandà del 2007 di Donna Fugata, raggiunge l’apice del suo entusiasmo nei nostri confronti con un “non capita spesso di vedere un gruppo di ragazze con tal buon gusto!”. Ecco, probabilmente era reduce da un tavolo più di disperate che di buongustaie.

Ma passiamo alle cibarie!

Antipasti

Misto di Tonnara

Panelle

Elisa, Laura e Valeria scelgono gli scampi marinati con ricottina fresca (“Gnotta ‘i Cocci” nel menù madrelingua), mentre Chiara opta per un piatto dove regna il tonno (“Misto di Tonnara“, carpaccio e altri amici). Ah, e un piattino di tipicissime panelle non ce lo vogliamo gustare? Non sia mai! Calde e gustose, in più da brave disperate ci facciamo fuori senza neanche vederli i bocconcini di focaccia alla cipolla che ci portano come assaggino pre-antipasto. Slurp!

Gnotta 'i Cocci

Gli scampi sono freschissimi, sappiate che la foto è mossa per un motivo. Elisa: “erano così freschi che si muovevano!” un pò surreale (e anche inquietante direi) ma rende bene l’idea. Laura, la nostra dottoressa, vive un momento di drammatico sconforto “Ma? Sono vuoti!” salvo poi scoprire insieme a noi che il gustoso scampettino è tutto fuori, bello adagiato sul piatto nella sua marinatura vicino alla ricottina dalla quale non vuole separarsi! Appurato ciò, la dottoressa attacca il piatto visibilmente emozionata. Che felicità! Ottimi, e molto sfiziosi. Dai mugugni di soddisfazione di Chiara, che si assenta nella concentrazione del suo assaggio, intuiamo che anche l’antipasto di tonno suscita grandi emozioni!

Secondi

U Pisci Spatula

U pisci! E cosa se no? Non passate neanche per i primi, cioè, passateci se volete, sono certa che sono all’altezza del resto del menù, ma u pisci di Trinacria è un tripudio di sapori e allegria. Evvai! Chiara e Valeria, scelgono il simpaticissimo pesce spatola (non prima di aver spiegato a Elisa, in perfetto stile amiche di Piero Angela, cosa è il pesce spatola e come è fatto…ovviamente inventiamo al momento, ma siamo molto credibili) al sesamo con carciofi e bottarga di tonno, mentre Elisa e Laura vanno di “Tunnina“, tonno scottato con cipolle in agrodolce e insalata di arance. Ed è trionfo! Il tonno è cotto al punto giusto e si sposa perfettamente con le cipolle, il pesce spatola non è riconoscibile, nel senso che non è possibile utilizzarlo per un’eventuale puntata di quark (vedi descrizione scientifica di cui sopra) ma tanto dura poco, è squisito! Il sesamo gli dà un tocco sfizioso e i carciofi con la bottarga sono super saporiti. Eccellente!

Tunnina

(a questo punto il Chiarandà ci stava abbandonando)

Dolci

Dolce assaggino a sorpresa

Sorbetto al Mandarino

Frittelline di Ricotta e Cioccolato

Chiacchiera che ti chiacchiera, qui non ti viene a disturbare nessuno! Chiediamo la lista dei dolci, ed io vivo un momento di drammatica indecisione: Trinacria fa i cannoli siciliani più buoni di Milano, per quanto mi riguarda, e mi sento quasi in dovere di ordinarlo anche stasera, ma come resistere alla calde frittelline di ricotta e cioccolato? Infatti non resisto. E così anche Chiara, Laura invece sceglie un fresco sorbetto al mandarino ed Elisa un parfait di mandorle (“che cos’è il parfait?” chiede al cameriere, in fondo avrei saputo spiegarglielo anche io, dopo l’esperienza del pesce spatola sono un’assistente di Piero Angela navigata, ma vuoi mettere la libidine del sentirselo enunciare? “Si tratta di un semifreddo alla mandorla accompagnato da una pallina di morbido gelato e ricoperto da una colata di cioccolato fuso”. ECCO!). La ricotta delle frittelline è freschissima, la pasta tiepida e fragrante, per quanto riguarda il parfait, è apprezzatissimo, sia come dolce (Elisa: “DOVETE ASSAGGIARLO! PRESTO!”) che come lavagnetta magica per scrivere il nome, una volta che il parfait se n’è andato ed è rimasto solo il cioccolato. Poesia. (non la mia, quella del dolce!)

Il Parfait di Mandorle

La lavagnetta magica

Fanno la loro comparsa nell’ordine due bicchierini di ottimo passito, e il triste momento della dipartita. Il conto è un totale di 197 Euro, l’ora è tarda e la soddisfazione vola. Non si può pretendere un tale livello di piattti e materie prime senza spendere un pò (in questo caso ha inciso anche la scelta del vino, circa 24 euro la bottiglia), ma ne vale veramente la pena, le porzioni sono ben misurate, i prezzi sono comunque in linea e li reputo onesti per il livello di questa trattoria. Alla prossima! V.

Trattoria Trinacira
Via Savona 57, Milano
Tel. 02 4238250

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